martedì 9 dicembre 2025

Una serie capolavoro che in Italia abbiamo ignorato: Rivals.







Se c’è una cosa che mi diverte di Rivals – la serie Hulu uscita nel 2024 e basata su un romanzo del 1989 di Jilly Cooper – è l’espressione confusa delle persone quando dici che sì, è un romance, e che no, non è una storiella d’amore alla Harmony. “Ah, ma quindi è una cavolata sentimentale?” No, è molto di più: è una commedia umana travestita da guerra, da pancia della provincia viscerale degli anni ‘80, da televisione che vuole sembrare glamour ma sa di moquette, lacca e caffè bruciato.

Sì, Rivals è romance. Ed è romance con la R maiuscola, non per la quantità di amore, ma per il modo in cui usa il mondo per raccontarlo. Perché qui non si parla solo di amori, ma di potere, status, ambizione, desiderio, voglia di emergere da un pantano di provincia e, soprattutto, di farlo davanti alle telecamere. Perché negli anni ‘80 tutto doveva essere visto. Tutto doveva brillare, anche quando puzzava di marcio.

Il romance è ovunque (e non possiamo continuare a far finta di no).

Mi fa impazzire quando la gente pensa che il romance sia un genere “piccolo”. Rivals arriva su Disney+ e ti sbatte in faccia un fatto semplice: il romance è dappertutto. E quando è scritto bene, quando è costruito su generazioni e dinamiche sociali, diventa quasi una cronaca di costume. Altro che cuoricini.

Questa serie lo dimostra con un’eleganza spietata: la storia d’amore non è un orpello, ma un motore narrativo, una lente per guardare il contesto. Qui l’amore, o meglio, la tensione amorosa, serve a raccontare:

come funziona il potere nei media,

come il successo dipende dall’immagine,

come l’ambizione sia un’ossessione estetica,

come la provincia voglia diventare metropoli anche se ha solo il budget per una fiera della salsiccia sotto Natale.

Ridere, soffrire, competere, desiderare: è tutto romance, e nessuno può nasconderlo. Rivals lo grida nel modo più efficace: con personaggi che vogliono vincere, sedurre, ferire o emergere. 

È l’amore come carburante del dramma sociale. E si nota in ogni scena.

Una guerra televisiva sotto il neon sbiadito della provincia.

L’ambientazione è la mia chicca preferita: il mondo della televisione locale britannica degli anni ’80. Non aspettatevi palazzi di vetro scintillanti o studi televisivi da milioni di sterline. Qui è tutto più… finto-lussuoso. Più provinciale. Più divertente proprio per questo.

È un’arena minuscola dove tutti recitano come se fossero in prime time mondiale, mentre dietro le quinte litigherebbero per l’ultima ciambella con glassa rosa. Lo adoro. Perché quando l’ambiente è ridicolo, i sentimenti diventano serissimi. È la rappresentazione della noia provinciale in cui i sentimenti diventano motore di tutto.

Ma parliamo di Rupert.

Non posso non parlare dell’age gap. Non tanto perché sia scandaloso, è il mio trope per eccellenza, ma perché è scritto bene. Rivals fa quello che voglio sempre da questo trope: non si limita a dire “lui è più vecchio, lei è più giovane”, ma lo usa per creare dinamiche di potere, frustrazione, desiderio e scelte sbagliate. Rupert, in particolare, è un uomo maturo che riesce a essere affascinante e disgustoso nel giro di dieci minuti. Un mix perfetto di carisma e pessimo carattere, di stile e arroganza.

L’ho amato? Sì.

L’ho odiato? Anche di più.

È questo che cerco: personaggi che non si possano infilare in una categoria morale. 

Rivals non ha fatto un passo falso che rovinasse l’esperienza. Non dico che sia perfetta, ma è coerente, godibile, costruita con intelligenza e con quella sfacciataggine narrativa che ti fa dire “finalmente qualcuno sa cosa sta facendo con un romance!”.

Non voglio inventarmi un difetto solo per sembrare obiettiva. Se un piatto è buono, me lo finisco. Se una serie funziona, me la godo (guardata tutta in un giorno, ops). Rivals funziona.

La verità è che Rivals è per chi ama:

le storie di ambizione e gusto un po’ retrò,

gli intrighi di provincia con sogni di grandezza,

gli scontri,

l’iconico equilibrio “ti odio ma ti amo”.

Molti spettatori guarderanno la serie pensando “che storia brillante”, e non capiranno immediatamente che dietro c’è l’intelligenza del romance puro. Non quello mieloso, ma quello che mette il sentimento nella dinamica sociale più che nel letto.

Un romance che si traveste, ma non si nasconde

Quello che mi conquista davvero è il modo in cui la serie onora il suo libro d’origine senza sembrare datata. È del 1989, ma parla come se fosse uscita ieri. Perché l’amore – quello che è anche guerra, ambizione, bisogno di riconoscimento – non passa di moda. E quando qualcuno lo tratta con lo stesso rispetto che altri riservano ai thriller politici o ai drammi familiari… ecco che il romance si prende la scena e dice: Ciao, sono ovunque. Impara a riconoscermi.

Conclusione?

Consiglierei Rivals a chiunque abbia voglia di divertirsi, innamorarsi, arrabbiarsi, sospirare o fare tutt’e tre le cose mentre fissa uno schermo.

Consiglierei Rivals a chi crede che il romance sia solo sesso senza trama.

La consiglierei anche ai cinici cronici: quelli che “non guardo cose d’amore”. Sorpresa, tesoro: l’hai già fatto per tutta la vita, solo che non te ne eri accorto.

lunedì 25 agosto 2025

Scandalosi: Goliarda Sapienza e l'indimenticabile notte con Kundera









Introduzione

 

Perché nasce Scandalosi?

Più volte ci siamo trovate a parlare delle vite degli scrittori e delle scrittrici che amiamo. Non solo delle loro opere, ma di quello che c’è dietro le loro pagine: gli amori, le ossessioni, gli scandali, gli istinti che li hanno resi vivi prima ancora che immortali sulla carta.

In questi discorsi un dettaglio ci ha sempre colpite: il modo in cui le relazioni, il sesso, l’eros, l’istinto più puro e naturale, abbia avuto un ruolo centrale nelle loro esistenze. Non come vizio da nascondere e di cui spettegolare, ma come la fiamma che ha acceso le parole e alimentato i loro romanzi, dando vita a pagine indimenticabili che, se da una parte hanno sconvolto critica e pubblico, dall’altra hanno indicato una nuova strada in una società chiusa e asfissiante. 

Così è nata l’idea di questa rubrica: Scandalosi - Le vite libertine degli scrittori.

Perché troppo spesso la letteratura viene raccontata come disciplina pudica, intellettuale, lontana dai corpi. Noi invece crediamo che dietro ogni grande libro ci sia una vita altrettanto grande e a volte scandalosa che merita di essere ricordata con il rispetto che merita.

E allora eccoci qui, pronte a raccontarvi storie di passioni proibite, segreti, atti impetuosi, confessioni che hanno fatto tremare i benpensanti e gridare allo scandalo. Non con il gusto del pettegolezzo, ma con la curiosità di chi sa che l’arte non nasce mai dalla perfezione, ma dal caos dei desideri, da quel terremoto delle passioni che è la vita vissuta.


 

Goliarda Sapienza e il sesso come libertà d’espressione

 

Le vite degli scrittori raramente scorrono dritte, ordinate, rassicuranti. Spesso a guidarli non sono stati i doveri sociali, ma gli impulsi più profondi: desiderio, passione, ossessione.
E quando si parla di scandalo, Goliarda Sapienza non può mancare.

Attrice, scrittrice, donna libera in un’Italia che ancora si aggrappava a ipocrisie e convenzioni, Goliarda non accettò mai di vivere nei limiti che altri avevano stabilito. Nata a Catania nel 1924, crebbe in una famiglia anarchica e anticonformista, che la educò alla ribellione e alla libertà di pensiero.
Si formò come attrice all’Accademia d’Arte Drammatica di Roma, lavorò con Visconti e Bolognini, ma scelse di lasciare il teatro per la scrittura, dove sentiva di poter esprimere davvero sé stessa.

Con il suo romanzo più noto, L’arte della gioia, Goliarda raccontò una protagonista femminile scandalosamente fuori dagli schemi. S i tratta di una donna che vive la propria sensualità senza sensi di colpa, pronta a rifiutare ruoli imposti per farsi padrona del proprio destino. E non è una trama caso: quella protagonista era anche lei. 

Potremo infatti dire che per Goliarda il sesso era energia vitale, motore di libertà, un mezzo per fare esperienza.

 

Milan Kundera, il romanziere dell’ironia e del corpo


 


Dall’altra parte c’è Milan Kundera, lo scrittore ceco, autore, tra gli altri, del celebre romanzo L’insostenibile leggerezza dell’essere, che esplorò come pochi altri la fragilità dei sentimenti, l’ossessione della memoria e l’ambiguità dei rapporti tra uomini e donne.
Kundera indagava il corpo come luogo di conflitto e di rivelazione, dove il desiderio non è mai solo fisico, ma anche metafisico: specchio delle nostre paure e della nostra libertà.


Goliarda Sapienza e le insolite misure di Kundera

 

In un’intervista ormai celebre alla Rai, recuperabile su YouTube (https://youtu.be/QqvhOl_4nRA?si=ZmowtyBF0I_atzBh), Goliarda Sapienza ricordò con ironia e assoluta franchezza un incontro sessuale con Kundera.

Trovatisi soli dopo una cena con amici e spinti da un reciproco interesse, i due scrittori finirono a letto insieme. Un atto che Sapienza definirà brutale, consenziente, viscerale. Non lo raccontava come vergogna, ma come esperienza indelebile.

Sapienza, ironicamente ma neanche troppo, nell’intervista invitava al guardarsi dagli uomini d’origine ceca come Kundera poiché, a detta sua, abituati alle giovenche dei loro territori e non alle donne magre e minute qual era Goliarda.

«Abituato probabilmente... Poi ho conosciuto le loro donne, di due metri, forti... sono delle giovenche meravigliose. Mi ha strapazzato...»

Con una risata disarmante la scrittrice sottolineava le enormi misure di Kundera, dettaglio che rendeva l’episodio memorabile e al limite del leggendario (e di certo poco consono al clima dell’epoca e alla rete ammiraglia della Rai). Con la stessa leggerezza raccontava poi di non aver mai più voluto trovarsi da sola con Kundera per evitare un altro incontro ravvicinato con lo scrittore.

Ma badate bene, non si tratta di  pettegolezzo, bensì di una testimonianza: anche i giganti della letteratura erano mossi da corpi, desideri, eccessi.

Per Goliarda non c’era scandalo nel sesso. C’era vita. E proprio da quella vita sgorgava la sua scrittura: autentica, coraggiosa, incapace di censurare sé stessa.

Il loro incontro, raccontato senza veli, è un frammento che illumina una verità più ampia: il sesso non ha mai distrutto l’arte, anzi, al contrario, l’ha nutrita e ispirata fino a renderla immortale.

Segno di quella traccia indelebile è il film L’arte della gioia (2025), tratto proprio dal testo di Goliarda Sapienza, diretto da Valeria Golino e vincitore di tre David di Donatello.

 

Scandalosi perché sinceri.

Scandalosi perché vivi per loro stessi.

Scandalosi perché hanno osato.


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venerdì 5 aprile 2024

Diligenza per Carbondale



Vi pubblico qui un mio racconto inedito ❤️

Fatene buon uso. E condividete 💕


Gulfport, Mississippi

6 giugno 1913 

 

Cara Gretchen,

avrei voluto scriverti prima ma il lungo ed estenuante viaggio da Saint Louis me lo ha impedito, avevo bisogno di sedermi e rimanere solo con la penna e il foglio per poter liberare le mie emozioni nell’inchiostro. Alla fine di questa missiva, ciò che scriverò non avrà alcuna importanza per te, ma voglio che tu sappia, fin da ora, che ti ho sempre amata, dal primo giorno in cui la tua mano tesa ha sfiorato la mia, non ho mai mentito sull’amore che provavo per te, neanche per un secondo. 

Sono qui sulla banchina di Gulfport, il rumore del mare culla i miei pensieri e li rende più leggeri, il profumo è quello del pesce appena pescato misto a carbone che brucia e fragranze di signore imbellettate che partono per l’Europa. Io parto, non so ancora per dove, so soltanto che vado. Gretchen io mi maledico, ma questo lo sai. Maledico il giorno in cui ho messo piede su quella diligenza. Può un battito d’ali di farfalla causare un uragano dall’altra parte del mondo? Se può un passo su una diligenza provocare l’annullamento di tutte le mie certezze, di tutto ciò in cui avevo creduto fino a quel momento, allora credo di sì. Un passo su una diligenza può rovinare delle vite, la mia, la tua, la sua, quella di Primrose. 

Era la diligenza per Carbondale, partivo per concludere un affare con una grossa impresa siderurgica, mi aveva mandato il mio capo, ricordi? Io non avrei voluto partire, perché da lì a poco sarebbe stato Natale, e non mi ero mai perso un Natale con voi da quando era nata Primrose. Temevo di non riuscire a tornare in tempo per rivivere la magia del Natale nei suoi occhi di bambina. Ti ho amata Gretchen, ti ho amata come se fossi sempre stata mia,come se tra tutti gli uomini, che ti erano passati accanto da quandoeri diventata donna, tu avessi visto solo me, e non mi bastava, che essere immondo sono sempre stato.

L’amore si manifesta sotto tante forme, ma ce n’è una, una in particolare, quella che io mai più avrei voluto provare, ed è quella dell’amore che passa; lo avevo già provato anni fa, te ne parlai e tu non capisti perché la tua anima era ancora troppo giovane e leggera per averlo già sentito. Era un dolore, quello, che ancora non si era scollato da me, così disgustoso che mai avrei voluto assaporarne di nuovo, che di nuovo si incollasse a me come fa la pece sulla terra. L’amore che passa è il più doloroso di tutti gli amori possibili; l’amore passato non arde più, non brucia le viscere come l’amore che passa, quello sì che ti fa sentire come se avessi l’anima in fiamme, e non sono le fiamme della passione, ma quelle della sofferenza, tua e dell’altro. 

Sai Gretchen, c’è un momento, tra l’amarsi e l’essersi amati, in cui vorresti provare l’uno ma anche l’altro e invece stai lì, nel mezzo, a domandarti perché sei diventato una persona tanto orribile, o se invece lo sei sempre stata. Oh, ma tu no Gretchen, tu non ti saresti mai trovata nella mia situazione, tu sei pulita, la fuliggine non ti ha mai sporcato, tu non sei in grado di ferire, ed è per questo che verrai ferita sempre; non mi odiare per ciò che sto dicendo, non è un augurio il mio, è una triste constatazione di ciò che ti ho fatto. Se io avessi immaginato che un giorno t’avrei fatto soffrire così tanto probabilmente neanche t’avrei stretto una mano, perché le anime belle non si meritano il dolore e invece quelle sporche come me lo cercano e lo ambiscono più della felicità.

Vorrei cancellare il giorno in cui sono salito su quella diligenza per Carbondale, la diligenza che avrebbe dovutoportarmi a Carbondale e che invece mi portò ad un’altra donna, diversa da te, sporca come me. Se lo avessi saputo avrei camminato, finché non mi avrebbero sanguinato i piedi, fino a Carbondale. Anzi no, non avrei messo piede fuori dalla nostra casa, non sarei mai più uscito da lì, non l’avrei fatto perché sapevo, so, che rimanendo con te avrei avuto la serenità eterna, una spalla su cui piangere, una bella famiglia, il bastone della mia vecchiaia, la mia Primrose. Ma noi sporchi siamo condannati alla sofferenza, la fuliggine si annida nei nostri vagiti fin dalla nascita, si attacca ai bronchi come silice, la fuliggine dell’anima, il tumoredei sofferenti. Avrei voluto amarti come si amano le opere d’arte, a distanza, senza scalfirti, senza rovinarti; ma non ci sono riuscito;per l’ennesima volta nella mia vita non sono riuscito a fare qualcosa, una cosa così semplice come amare un’anima pura, pulita. Li ricordo come se fosse ieri i tuoi capelli biondi al sole, seduta nel prato che era stato un tempo l’orto di tuo padre, finché aveva avuto l’onere di vivere; quel prato era in quel momento diventato il luogo in cui ti perdevi leggendo Tolstoj e immaginando un amore come quello di Kitty e Levin, ma io sono sempre stato Aleksej e tu non sei mai stata Anna; tu leggevi con i piedi nudi appoggiati nell’erba bagnata e io ti ammiravo da lontano, mentre aspettavo che il fornaio aprisse per il pomeriggio,e tu già mi guardavi come l’uomo che ti avrebbe tenuto la mano mentre partorivi i nostri figli, non sapevi all’epoca della mia fuliggine, dei miei poveri polmoni intrisi di sofferenza. Ti ho amata con tutto me stesso i primi anni, sentivo che saresti stata la cura, la soluzione alla fuliggine, ciò che finalmente mi avrebbe fatto sentire sereno; e così è stato, per anni, sei stata la mia cura, ma la fuliggine era nascosta sotto il tappeto non l’avevi cacciata fuori dalla porta, non avresti potuto. La prima volta che ti ho stretta ho pensato che avrebbe dovuto essere quella la sensazione che ti dà l’amore, quello vero, una pace malinconica, e non la passione irrefrenabile che diventa dolore costante; una pace malinconica che si protrae così a lungo da arrivare serenamente alla morte stringendoti la mano. E forse lo era, la sensazione giusta, ma a noi sporchi non basta mai. Ho mentito prima, quanto ti ho detto che dal primo giorno che ti ho incontrata non sapevo che sarebbe andata così, che t’avrei rovinato l’esistenza, lo sapevo, l’ho sempre saputo che la fuliggine sarebbe sgattaiolata da sotto il tappeto e mi avrebbe coperto di nuovo come dune nel deserto, tanto che non avrei visto più la tua luce. Sono stati anni meravigliosi, mi hai reso un uomo felice, un uomo sereno, mi hai reso padre, nessuno potrà mai farmi regalo più grande di questoGretchen. Non ho mai, neanche per un secondo, sentito sofferenza quando stavo con te, ho provato felicità, serenità, comprensione, tranquillità… mai nessun accenno di rabbia, tristezza o dolore.Dio solo sa quanto mi sono mancate. Io vivo, mi sento vivo, quando in me irrompono la rabbia, la tristezza, la sofferenza, quando il dolore è così forte da volermi uccidere; da quando ho coscienza di me il dolore vuole uccidermi e io voglio uccidermi per il dolore, questo è quello che provo, una vita dedita al dolore,questo è ciò che provano i sofferenti. E quindi l’ho sempre saputo che alla fine t’avrei fatta soffrire, perché la mia dedizione al dolore ha portato a tutti quelli che mi hanno amato altra sofferenza, ma la loro, la tua, è una sofferenza che non hai richiesto ed io per questo mi odio e vorrei poter tornare indietro e non prendere la diligenza per Carbondale. 

Non ti parlerò di lei. Non meriti anche questo. Ti dirò soltanto che lei è come me, sporca, coperta di fuliggine dalla testa ai piedi, il dolore l’ha preso per mano tanti anni fa, non l’ha mai lasciato, non ha avuto, a differenza mia, una persona pulita che nascondesse la sua fuliggine sotto al tappeto. Non odiare lei, è un’altra vittima della mia costante ricerca del dolore. Odia me, odiami con tutta te stessa e poi fa che io ti diventi indifferente; quanto mi costa chiederti questo, chiederti di diventarti indifferente significa chiederti di dimenticarmi e non è ciò che vorrei, ma è ciò che devi fare. 

Lei mi ha dato la sofferenza che da tempo sentivo mancarmi, ti rendi conto Gretchen? Mi sono innamorato di un’altra donna perché tu non mi hai mai fatto soffrire, quanto può essere sbagliata la mia esistenza? Cosa può essere andato storto nella costruzione della mia persona per volere questo?

Lei mi ha ricoperto di fuliggine ed io l’ho anche ringraziata, ti ho mai detto
“grazie” per avermi amato così tanto e così puramente? Grazie Gretchen.

Lei mi ha guardato appena salito sulla diligenza e da quel momento i suoi occhi non hanno più abbandonato i miei pensieri, neanche quando tornavo a casa da te, da Primrose. 

Non mi devi niente, solo odio, ma devo comunque chiederti una cosa, capirò se non lo farai ma non posso concludere la missiva senza avertelo chiesto. Ricorda a Primrose quanto l’ho amata, ogni giorno, non per me ma perché lei non pensi mai di essere stata sbagliata. Ho amato la mia bambina ogni giorno ma, come con te, ho saputo dal primo vagito, dalla sua nascita, che l’avrei fatta soffrire. 

Ora è tempo che io vada, sono trascorse ormai ore, qui, sulla banchina di Gulfport, non riuscivo a trovare le parole adatte per dirti tutto ciò che avevo lasciato indietro quando sono fuggito con lei, un mese fa. 

In questo mese il dolore ha concluso la sua opera su di me, la mia creazione nel dolore è stata completata, non c’è più spazio per nient’altro nella mia misera vita se non per il dolore, mio fedele compagno di viaggio, mia unica certezza.

Io parto, non so ancora per dove, so soltanto che vado. 

Io parto, non so dove si arriva.

Io parto, non so cosa c’è oltre il mare.

Io parto, non so quando giungerà la mia morte.

Io parto, non so se troveranno il mio corpo. 

Io parto, non so se potrai mai perdonarmi. 

Io parto, non so ancora per dove, so soltanto che vado. 

 

 

Christopher

 

Una serie capolavoro che in Italia abbiamo ignorato: Rivals.

Se c’è una cosa che mi diverte di Rivals – la serie Hulu uscita nel 2024 e basata su un romanzo del 1989 di Jilly Cooper – è l’espressione c...